La Roma Ostia di Raffaella Caiolo

di Raffaella Caiolo

La Roma – Ostia… una gara e non solo, ma molto molto di più.

Se faccio un viaggio a ritroso nella mia vita di appena un anno, confesso sinceramente che mai avrei pensato di poter prendere parte ad una gara di così grande prestigio e di indubbio livello.

Ho sempre vissuto la Roma-Ostia da spettatrice, fermandomi solo all’aspetto puramente sportivo, senza mai sforzarmi di provare a capire il perché un così tale evento potesse attirare l’attenzione di migliaia di persone.

Ancora ricordo quando presa dai ritmi frenetici della Capitale, nel giorno della Roma-Ostia, assistevo ad un’invasione pacifica di atleti pronti a sostenere la fatica fisica, senza mai abbandonare quel sorriso che era ed è prerogativa indispensabile in talune circostanze della vita, e pensavo… ma perché? Cosa spinge tutti loro ad affannarsi per così tanti chilometri? Che gusto c’è in tutto ciò? Con la mente piena di questi interrogativi andavo, proseguivo la mia normale quotidianità romana orfana ormai di tempo e silenzio e così, tra una rincorsa ai mezzi pubblici, un’attesa snervante ed infinita nel traffico cittadino, i pensieri e le domande lasciavano mestamente posto alla cruda realtà.

Ora, invece, se fermo la mente trovo tutte le risposte a quegli interrogativi. Mi lascio guidare dalle emozioni, dalle sensazioni e dallo stato d’animo colmo di fierezza per esserci stata. Sì… esserci stata! Aver preso parte a quell’evento che guardavo quasi con non curanza, mi ha aiutata a comprendere quegli aspetti così belli ma impercettibili di cui la vita è colma: saper cogliere ogni minima emozione, uno sguardo che nasconde tanti perché, ridare significato alla semplicità che ci circonda, senza farsi prendere dal vortice impetuoso dell’odierna realtà che viviamo, fatta di eccentricità e di ingiustificato egoismo.

E così mentre i pensieri colmano la mia mente, la penna procede spedita sul foglio, cercando di trasformare in parole un vissuto forte e significativo, celando anche un pizzico di sano egoismo nel voler preservare ciò che si è provato, quasi a volerlo custodire come un tesoro prezioso, ma poi penso… perché condividere solo la fatica di quei 21,097 Km? Ed ecco che la penna procede quasi fosse lei a guidare me e mi convinco che non dire, non raccontare, non partecipare agli altri equivale a rubare qualcosa prima di tutto a se stessi e poi anche agli altri.

Ed allora in puro spirito di condivisione e con tanta umiltà eccomi qui!

Quanta ansietà ha accompagnato questi momenti. Quanti sacrifici hanno caratterizzato questi lunghi mesi e non mi riferisco solo a quelli fisici: allenamenti intensi che hanno sottratto tempo alla quotidianità, alla famiglia, agli amici.

Un continuo allenamento mentale anche, probabilmente più duro di quello prettamente fisico; una preparazione difficile ed a tratti impossibile da sopportare.

Un’alternanza di momenti sì e momenti no: infortuni, malesseri, malumori, stanchezza, ma anche tanta caparbietà e perseveranza, un’incontenibile voglia di arrivare ad un traguardo tanto atteso, inseguito e sognato.

Un vulcano di emozioni si sono susseguite, quelle emozioni sane e pure di cui c’è tanto bisogno in questa realtà, fatta di superficialità ed apatia. Un pieno di sensazioni uniche che un gruppo, come l’Atalas, può regalare.

Chilometro dopo chilometro, tra sudore e sorrisi, tra “sfide” (quelle sane però) e pacche fraterne sulle spalle, tra sguardi di intenti e complicità, ci si è presi per mano e si è giunti alla fatidica data: il 2 marzo.

Come non partire dagli attimi che hanno preceduto la partenza; il ritrovo in terra di Brindisi, con quella spensieratezza che caratterizza una semplice gita fuori porta; l’arrivo del mitico Giugno alla guida del mezzo noleggiato; le foto di rito quasi a voler immortalare un presente nuovo: istanti in cui la mente ha viaggiato, tra i ricordi dei veterani e le aspettative dei più nuovi.

Una nuova avventura ed una nuova Atalas, ma con vecchi e rispolverati valori. Il viaggio inizia… 600 chilometri ci dividono ormai solo poche ore. Tempo prezioso per chiunque per riflettere, per cercare la giusta concentrazione, per chiudere gli occhi e lasciarsi andare ai ricordi, per ridere e scherzare, per rendere un gruppo una famiglia.

Il cuore che batte forte, l’emozione che ferma il fiato ed ecco…. ROMA! Un passato non molto lontano, anni di vita passati lì, in quella città bella ed eterna che nasconde insidie; una città capace di dare e togliere in un batter di ciglia. Una città immensa, ma che sa farti sentire da solo. Una città che si ama o si odia, ma pur sempre la Capitale.

E così tra ricordi, emozione e sospiri ritorno in quella realtà che mi ha vista maturare; lì dove ho appreso il vero significato della vita, dove ho lottato e sudato per inseguire un sogno. Una città che mi ha donato amarezze, ma anche tante gioie: amici veri e stima infinita. Una città che al di là di tutto ho nel cuore, nel bene e nel male.

L’impatto sicuramente forte sconvolge e tramortisce, ma basta un attimo e la mente si riappropria del vero senso di questo viaggio e così si giunge al ritiro dei pettorali; una miriade di gente si accalca, sorrisi e sguardi di complicità, una comune passione che si materializza in un numero.

Il viaggio, l’emozione e l’ansia iniziano a fare nascere un senso di stanchezza: Ostia arriviamo!

Lo scenario che ci si presenta è quello della tipica giornata invernale sul litorale: il vento, il freddo ed il mare in tempesta. Uno scenario che impressiona e scoraggia, ma l’Atalas c’è!

Si raggiunge l’albergo e qui c’è chi decide di riposare per risparmiare le forze, chi caparbiamente decide di sgranchirsi le gambe con una corsetta leggera e chi decide di isolarsi per pensare. Gli attimi in camera scorrono veloci, così come velocemente ci si ritrova per la cena.

Al rientro attende il rituale della divisa ed ecco che una grande emozione pervade quel momento: fermi lo sguardo su quei colori, su quel numero e su quella scritta “CIAO DOMENICO” e pensi…

Pensi a DOMENICO, un compagno che non hai avuto il tempo di conoscere, ma che nonostante tutto corre con te; un atleta strappato troppo presto alla vita, ma che ti insegna quotidianamente che occorre sempre avere coraggio in qualsiasi circostanza; un ragazzo umile che impari ad apprezzare giorno dopo giorno per quel suo essere così speciale; un atalassino caparbio e con tanta voglia di condividere. Con fierezza fermo quel “CIAO DOMENICO” sopra il pettorale, quasi a voler dire che prima ancora della gara c’è doverosamente Lui.

Una lacrima si trattiene, ma la sento lì negli occhi: decido di non concedermi spazi di tal genere e trattenere tutta l’emozione possibile per il finale della gara, ma così non è.

Presa dai preparativi giungono messaggi di incoraggiamento da chi è lontano, da chi ha condiviso con me questa attesa e vuole essermi vicino perché ha compreso quale importanza abbia per me l’evento.

Mi fermo un attimo e mi immergo nella lettura e così quella lacrima che a stento ho cercato di non far scendere, scorre lenta sul mio viso. Con il cellulare tra le mani attendo l’attesa del riposo pre-gara, ma ecco che all’improvviso un altro suono… l’arrivo di un videomessaggio, quello che regala l’emozione più grande ed incontenibile: quello del mio amato nipote.

Tremante accetto il videomessaggio ed ecco che mi appare questo essere così piccolo: la mia fonte inesauribile di gioia ed emozione; colui il quale ha saputo donarmi nuovamente il sorriso ed incredibilmente capace di sorprendermi anche in questa occasione, tirando fuori quel “Forza zia vinci” che basta a sciogliermi in un pianto di gioia e colma il mio cuore in ogni sua minima parte. Di sicuro non vincerò la gara, ma la mia vittoria l’ho già avuta: la stima e l’affetto costante di mio nipote.

Le ultime rassicurazioni e gli incoraggiamenti reciproci con Julia, fedele compagna di stanza ed ecco che gli occhi si abbandonano al riposo.

Quando ci si risveglia è l’alba. La tensione sale e la fretta rende ancora più snervante l’attesa. Ci si ritrova tutti insieme, come una vera squadra e si parte per Roma dove ci attende una folla oceanica di persone.

A fatica cerchiamo di restare uniti in quel fiume umano. Si cerca di sorridere e di scaricare la tensione. Gli ultimi incoraggiamenti da parte di Liuzzi e Politi che cercano di rassicurarmi ed io che cerco di affidarmi a loro che sicuramente ne sanno più di me. Mi rassicuro ed ecco che in un attimo siamo al centro di quel vortice umano.

Gli ultimi riti scaramantici, ci si saluta dandosi appuntamento all’arrivo; ognuno di noi prende posto nella propria griglia. Gli ultimi attimi prima della grande fatica ed ecco lo sparo.

Si parte!

Un lungo serpentone si snoda per il quartiere Eur, quasi a contemplarne la maestà ed a rendergli omaggio. La mente ferma ed il passo spedito scandiscono i primi chilometri, quelli in cui si deve trovare il giusto assetto e la giusta concentrazione.

Un dubbio però mi assale: riuscirò a chiuderla questa gara? Il pensiero di non farcela mi accompagna per i primi 5 chilometri. Vedo intorno a me tanta gente e cerco di carpire uno sguardo di incoraggiamento e di rassicurazione, ma invano ed allora faccio leva su me stessa e la mia forza d’animo e procedo sicura.

Una corsa paradossalmente in solitaria, la mia. E’ curioso e pressoché strano quel che mi accade: pur tra 13500 partecipanti, mi pare di essere da sola: io ed i chilometri. Una sensazione che a fatica riesco a comprendere, ma che inevitabilmente si appropria di me e proprio per questo decido di viverla appieno.

Le gambe vanno, anche su quella salita di cui tanto abbiamo detto, che tanto abbiamo lamentato, ma che è volata via presto e dopo la salita… quella discesa che incanta. Una discesa che raccoglie quel pieno di colori, di uomini e donne che fanno la grandezza della Roma-Ostia.

La fatica si inizia a sentire, ma ecco che al 16esimo chilometro alzo lo sguardo e forse incoscientemente penso: “Di già?Ancora altri 5 ed è fatta!”

Riprendo la concentrazione, mentre accanto i primi segni di cedimento si materializzano. I lati del lungo viale si riempiono man mano di persone ed allora penso che il traguardo è davvero così vicino.

Gli incoraggiamenti giungono da più parti, da uomini e donne, adulti e bambini che probabilmente mai nella vita conoscerò, ma che nonostante tutto hanno deciso di unirsi alla mia fatica ed a quella di tutti gli altri; forte di ciò sento il campanello nella testa che suona la carica ed allora libero la mente e sciolgo le gambe in quegli ultimi e fatidici 200 metri.

Si scorge il traguardo e la folla è sempre più festante e chiassosa, le mani applaudono ed accompagnano i passi che aumentano di frequenza; in te sai di esserci quasi ed è proprio per questo che stringi i denti e vai.

Gli ultimi metri, quelli più intensi ed emozionanti; quelli in cui ti concedi di estraniarti da tutto ciò che ti circonda e con lo sguardo al cielo cerchi gli occhi di chi sai che ti accompagna in tutti gli attimi della vita, coloro i quali ti hanno donato ciò che di più caro hai ed affidi un bacio al vento, come simbolo di affetto e gratitudine eterni.

Al di là del traguardo non solo la fatica fisica, ma soprattutto l’emozione che si scioglie in un pianto liberatorio. La tensione si scioglie ormai, lasciando spazio al ristoro e alla ripresa.

Cosciente del fatto che difficilmente riuscirò a trovare i compagni in quel mare umano, prendo tempo e fiato e quando sembra ormai tutto deciso, ecco che rivedo visi conosciuti ed allora la gioia della condivisione si materializza. Ci si abbraccia di tutto cuore e ci si complimenta a vicenda, ma sappiamo bene che è tutto frutto di un vivere e sentire comune.

Rientro in albergo ed ormai i giochi sono fatti: ora solo un po’ di sano relax. Un riposo tanto agognato, ma che sappiamo bene in cuor nostro durerà poco, in attesa di altre avventure.

Un’avventura giunta a conclusione. Un viaggio che, sappiamo bene, ha regalato ad ognuno di noi la sua personalissima storia, così come il ritorno ha donato la sua gloria.

Un viaggio che si conclude con un GRAZIE infinito ai compagni di squadra con i quali ho condiviso la fatica fisica; un GRAZIE a coloro i quali, pur non presenti fisicamente, non hanno fatto mancare il loro incitamento e la loro vicinanza; un GRAZIE a quanti sono stati presenti e che hanno contribuito a che l’Atalas divenisse una famiglia ed infine un GRAZIE (forse il più doveroso e sentito) ai miei genitori: colonne portanti della mia vita sempre e comunque, anche in questa nuova avventura che si chiama ATALAS.

E a coloro i quali mi chiedono che cos’è per te la corsa, rispondo che essa è il simbolo di come “I momenti difficili non durano sempre, ma la gente forte sì”.

Raffaella

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

2 Replies to “La Roma Ostia di Raffaella Caiolo”

  1. Antonio Tafuri 13/3/2014
    Mentre nel marciare c’è l’obbligo di rimanere con un piede a terra, nel gesto della corsa c’è la fase di volo; la cosa straordinaria è che quel volo è uno spazio unico e irripetibile e appartiene a chi corre.
    A Raffaella che ha sperimentato questo volo direi che addesso per suo nipote non può che essere la zia “VOLANTE”.

  2. Raffaella Caiolo 13/3/2014
    Antonio… nessuna parola potra’ mai essere all’altezza della saggezza che esprimi,percio’ con umilta’ e con stima infinita ti rivolgo il mio modesto Grazie. Una sola parola,ma ricchissima di significato se la si pronuncia col cuore.L’Atals e’ anche questa…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *